La nostra storia infinita non si è sicuramente infranta ieri
Fonte: Monia Bracciali www.lalazioinrete.com Libera la Lazio è rimasto un eco lontano. Era una di quelle mattine, dove fa più caldo a dicembre che a marzo. In quelle ore, di qualche mese fa, si pensava che il dodicesimo uomo in campo esistesse davvero. O meglio: aveva l'onnipotenza di fare tutto. L'Olimpico pieno, Mauro Zarate in Curva nord. Si dimentica, per novanta minuti, del perchè sia in mezzo ai tifosi. Un cartellino rosso a Genova, le lacrime di un'uscita dal campo nervosa e una protesta stizzita contro l'arbitro. C'è un fotogramma ricorrente in questa giornata. Zarate che punta il dito verso qualcosa o qualcuno. In quella mattina di dicembre, la risposta sul “cosa” aveva ancora un senso, aveva l'odore di vernice, di spray, il rumore del fuscio di stoffe, il tintinnare di stendardi. Quella cosa chiamata futuro oppure prospettiva. La direzione dell'indice di Zarate si perde tra le urla dell'Olimpico, fa capovolte nell'aria che sa di fumo e birra. Zarate recita la parte di chi, in Curva, si sente a suo agio, lui che il 12esimo uomo, non capisce nemmeno cosa significa. L'hanno sempre chiamato “dieci”, fantasista, trequartista. Il dito di Zarate non ha obiettivi, non punta verso nulla. Qualsiasi meta, destinazione, prende la consistenza del niente, altrimenti di un campo da calcio bidimensionale, al quale manca la profondità. Quella sugli spalti del vecchio cuore laziale è invece sempre presente e quando canta “nel cielo biancazzurro brilla una stella”, la commozione è ora amara e subdola. Spenti come una supernova senza il suo cielo, dando un'occhiata a Zarate e una al campo, viene immediatamente in mente una canzone. Si brucerà quella stella senza più cielo, in mezzo alle macerie di tutto quanto è stato costruito in oltre cento anni di storia. Libera la Lazio è rimasto un eco lontano, un sussurro ferito perchè la libertà non appartiene più a nessun tifoso laziale. Schiavi di idoli di facciata, volti patinati e schiaffati in prima pagina. La ricerca spasmodica di una polemica da attizzare, di un capro espiatorio che assomiglia sempre di più a una caricatura, schiavo di armi da imbracciare per caricare proiettili di odio, frecce di rancore contro un dardo dalle sembianze umane. Eppure il simbolo laziale è un'aquila, e i colori sono quelli del cielo, perchè un binomio diverso non aveva ragione di esistere. Libera la Lazio per liberare un amore che non aveva confini, una storia infinita, che non può essersi infranta ieri, oggi, adesso. Libera la Lazio per non avere paura degli spettri, del dolore, della delusione. Quelli che vengono ora chiamati mercenari sono i primi ad essere incatenati dal terrore di un passaggio sbagliato, un gol fallito, una sconfitta senza attenuanti, perchè sanno di avere alibi consistenti come le loro ombre in campo. Libera la Lazio, perchè se il dodicesimo uomo è diventato polvere delle sue stesse macerie, la vita ci ha insegnato che l'amore per un ideale può tutto, soprattutto se il luogo di nascita si chiama “Piazza delle Libertà”. Avanti Lazio, avanti laziali. Non c'è futuro, solo il destino, qualunque cosa accada, il nostro amore rimarrà eterno solo se libero.

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Da brividi, MOnia. Sei bravissima.
La Lazio sarà per sempre nostra.
Ieri il Sig. Stefano Pantano a domanda di alcuni di noi "perchè sparate sui tifosi in radio perchè saltano una partita e non contro questa gestione societaria?" ha risposto: ah ma non è giusto lasciare sola la lazio adesso, quindi vorrei che la gente iniziasse a far sentire la propria voce allo stadio strillando e cantando perchè se ci faranno scendere saremo sempre lì e lo devono capire! non criticarci.
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