La sconfitta subita contro il Bari rappresenta il punto più basso toccato dalla Lazio negli ultimi venti anni. I gol firmati da Almiron e Alvarez hanno messo completamente in ginocchio la squadra biancoceleste, che vive un momento paradossale, che sembra entrata in un tunnel senza fine, che è protagonista ormai da diverso tempo di un incubo che non riesce a scacciare e dal quale non riesce a svegliarsi.
Al cospetto dei pugliesi ci si attendeva la partita della vita. C'era lo Stadio delle grandi occasioni, c'erano 50.000 tifosi pronti ad incitare e a sostenere le squadra, c'erano i proclami di Reja che voleva "undici leoni", c'era un avversario tutto sommato già salvo e senza troppi stimoli, insomma c'erano tutti gli ingredienti per far bene, per dare una sterzata verso l'alto, per provare ad allontanare lo spettro di una retrocessione che classifica alla mano è sempre più incombente.
Ogni attesa è stata delusa. La Lazio non si è mai resa pericolosa, non ha mai dato l'impressione di poter vincere la partita. I calciatori in maglia biancoceleste sono apparsi da subito svagati, distratti, come se non avessero energie fisiche e mentali, come se non avessero realmente capito quale è la situazione e quali sono i rischi che si stanno materializzando.
Il Bari ha scherzato con la Lazio. Fa male dirlo ma è la verità. Ha controllato la gara nel primo tempo, ha mantenuto senza troppi patemi il possesso di palla, poi ha colpito nel momento giusto, firmando un uno-due micidiale che ha condannato i capitolini all'ennesima sconfitta e che turberà i sogni di Reja ancora per molte notti. Il secondo gol pugliese, segnato in contropiede tra gli olè dei molti baresi giunti all'Olimpico, è la fotografia più rappresentativa del tragico momento vissuto dal club romano: inerte, impassibile, incapace di ribellarsi ad un destino che lo sta facendo precipitare lentamente ma inesorabilmente verso l'abisso.
Il principale responsabile di questa situazione è l'azionista di maggioranza della società. Lui ha creato tutto questo, a lui sono da attribuire almeno l'80% delle colpe per un crollo che doveva essere previsto (perchè era nell'aria) già dopo la trionfale (e fortunata) partita disputata a Pechino. Anche i giocatori, però, a questo punto devono assumersi le loro responsabilità. La Lazio è una squadra scadente e debole, è vero. Ma non così tanto da rischiare di retrocedere senza neanche lottare.
Nel calcio, come nella vita, la dignità è importante e non può essere buttata via. Oggi i tifosi biancocelesti, accorsi in massa al capezzale del loro grande amore per cercare di salvare il salvabile, hanno dimostrato di averla. I giocatori che sono scesi in campo e che si sono consegnati così in quella che doveva essere la partita della vita, no. Svegliatevi. Voi che andate in campo e chi dall'alto vi ha scelto e vi stipendia. State infangando una storia che dura ormai da 110 anni.


3 interventi:
condivido tutto anche se oggi ho visto cose che non mi sono piaciute anche sugli spalti.
Roberto tu pensi ci siano ancora speranze? Sinceramente, io non riesco a vederne.
Tutto troppo vero. Tristemente vero. Purtroppo vero.
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